sabato 8 ottobre 2011

Silenzi, guru e bavagli.

Di fronte al tutto già detto, già scritto e già visto di questi tempi, avevo scelto la via del silenzio.
Osservavo la realtà, reagivo interiormente e replicavo mentalmente, ma non trovavo lo stimolo per colmare di parole questo spazio bianco. Risultato: un solo post in tre mesi.
Poi due avvenimenti mi hanno permesso di superare l'impasse:
l'ennesimo tentativo di introdurre un bavaglio per l'informazione italiana da un lato e  la morte di uno scaltro imprenditore come Steve Jobs dall'altro.
Si, non considero Jobs né un guru né un genio, e neppure un filosofo della nostra era, come qualcuno l'ha enfaticamente definito. Né tanto meno un benefattore dell'umanità.
Condivido quindi in pieno il giudizio dato su di lui  da Richard Stallman sul proprio sito.


Eppure non vorrei commettere stavolta l'errore di "gettare anche il bambino con l'acqua sporca".


Non possiamo negare che la vendita delle "creature" di Jobs, oltre che rimpinguare la Apple di miliardari guadagni, abbia fornito spesso ai suoi utilizzatori finali possibilità maggiori di conoscenza, di scambio d'informazioni,  e quindi d'intervento sulla realtà sociale. Probabilmente gran parte degli indignati di New York come di quelli di Madrid  o dei rivoltosi di Londra ha in tasca un oggetto con la piccola mela, e questo permette loro una organizzazione e pubblicizzazione di movimenti ed eventi  inimmaginabile senza.


E dunque la vera sfida che rimane a chi ha la fortuna di vivere nel primo mondo è proprio quella di piegare lo strumento, intrinsecamente nè buono nè cattivo, ad un progetto di reale democrazia partecipativa, che per poter essere tale non potrà non essere planetaria.
Affinare le armi della conoscenza come è avvenuto con quelle di distruzione di massa.
La necessità di un futuro lo impone.

L'accalappiaPOST

La confraternita dell'uva