venerdì 3 febbraio 2012

Addio al disincanto stupefatto di Wislawa Szymborska

Fino a pochi anni fa molti di noi non la conoscevano nemmeno.
Il sorriso di quell'anziana signora polacca entrò, grazie alla TV, nelle nostre case solo nel 1996, insieme alla notizia del premio Nobel appena assegnatole.
Scoprimmo allora un piccolo universo fatto di profondità volutamente occultata nella quotidiana semplicità.
Non amava i versi altisonanti bensì l'uso del paradosso e la ricercata ma arguta ironia.
Accolse l'assegnazione del Nobel dicendo di voler "tornare nell'ombra da cui era venuta". Ora potrà farlo.  
Custodiremo noi le sue opere come semplici ma non meno splendide luci.


Discorso all'ufficio oggetti smarriti


Ho perso qualche dea per via dal sud al Nord,
e anche molti dei per via dall'Est all'Ovest.
Mi si è spenta per sempre qualche stella, svanita.
Mi è sprofondata nel mare un'isola, e un'altra.
Non so neanche dove mai ho lasciato gli artigli, chi gira nella mia pelliccia, chi abita il mio guscio.
Mi morirono i fratelli quando strisciai a riva e solo un ossicino festeggia in me la ricorrenza. 
Non stavo nella pelle, sprecavo vertebre e gambe, me ne uscivo di senno più e più volte. 
Da tempo ho chiuso su tutto ciò il mio terzo occhio,
ci ho messo una pinna sopra, ho scrollato le fronde.
Perduto, smarrito, ai quattro venti se n'è volato.
Mi stupisco io stessa del poco di me che è restato:
una persona singola per ora di genere umano,
che ha perso solo ieri l'ombrello sul treno.

W. Szymborska

Foto concessa in CC da Dev Null

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