venerdì 3 febbraio 2012

Addio al disincanto stupefatto di Wislawa Szymborska

Fino a pochi anni fa molti di noi non la conoscevano nemmeno.
Il sorriso di quell'anziana signora polacca entrò, grazie alla TV, nelle nostre case solo nel 1996, insieme alla notizia del premio Nobel appena assegnatole.
Scoprimmo allora un piccolo universo fatto di profondità volutamente occultata nella quotidiana semplicità.
Non amava i versi altisonanti bensì l'uso del paradosso e la ricercata ma arguta ironia.
Accolse l'assegnazione del Nobel dicendo di voler "tornare nell'ombra da cui era venuta". Ora potrà farlo.  
Custodiremo noi le sue opere come semplici ma non meno splendide luci.


Discorso all'ufficio oggetti smarriti



Ho perso qualche dea per via dal sud al Nord,
e anche molti dei per via dall'Est all'Ovest.
Mi si è spenta per sempre qualche stella, svanita.
Mi è sprofondata nel mare un'isola, e un'altra.
Non so neanche dove mai ho lasciato gli artigli, chi gira nella mia pelliccia, chi abita il mio guscio.
Mi morirono i fratelli quando strisciai a riva e solo un ossicino festeggia in me la ricorrenza. 
Non stavo nella pelle, sprecavo vertebre e gambe, me ne uscivo di senno più e più volte. 
Da tempo ho chiuso su tutto ciò il mio terzo occhio,
ci ho messo una pinna sopra, ho scrollato le fronde.
Perduto, smarrito, ai quattro venti se n'è volato.
Mi stupisco io stessa del poco di me che è restato:
una persona singola per ora di genere umano,
che ha perso solo ieri l'ombrello sul treno.

W. Szymborska

Foto concessa in CC da Dev Null

venerdì 27 gennaio 2012

La pesante valigia di Irene




* "Di vostra madre, oltre al ricordo, è rimasta una valigia che avete custodito gelosamente negli anni. È l’ormai famosa valigia con il manoscritto di Suite française, l’opera che avrebbe dovuto comportare cinque parti, due sole delle quali erano state compiute al momento dell’arresto.
Quella valigia in effetti è diventata un oggetto di culto. Tanto che  all’esposizione del Museum of Jewish Heritage di New York è stata messa in bella mostra. La cosa mi ha fatto sorridere. L’ho ereditata al momento dell’arresto di mio padre. Era molto pesante. Dopo avermela affidata mio padre mi disse che non avrei dovuto separarmene mai. ...
Da quel momento abbiamo iniziato a passare da un nascondiglio all'altro per sopravvivere. La tutrice era francese e cattolica, un lasciapassare per quei tempi. Durante la fuga dovevamo camuffarci per evitare che ci riconoscessero. Come prima cosa abbiamo dovuto bruciare la stella gialla. La tutrice mi esortava a nascondere il naso. Pare fosse molto caratteristico, un naso ebraico. (Ride, ndr). Ho aspettato che mia madre tornasse...Per anni e anni mia sorella e io abbiamo sperato e sognato il suo ritorno. A Parigi cominciavano ad arrivare i primi convogli con i deportati provenienti dai Paesi dell’Est, dalla Polonia. Come molte altre persone siamo andate alla stazione con la speranza di rivedere i nostri cari. Quando abbiamo visto queste persone scendere dai vagoni, così magre, disperate e con i pigiami rigati, è stato terribile. Abbiamo capito che non valeva più la pena aspettare sui binari.Non sapevo che nella valigia ci fosse dentro un romanzo. Iniziai a leggere e mi sembravano dei semplici ricordi, dei richiami affettivi, conoscevo le persone, i paesaggi, le situazioni. Non ho pensato agli aspetti letterari per molto tempo. Un bel giorno ho aperto il quaderno e ho cominciato a trascrivere il testo. È stato faticoso. I caratteri erano minuti, non sempre facili da decifrare, ma io volevo salvare ogni singola lettera, ogni virgola, erano le ultime parole di  mia madre. È stato doloroso, ho rivissuto ogni cosa. Ma sono contenta di averlo fatto.

A questo punto della vita mi sento serena. La valigia che ho dovuto portare ha pesato molto sulle mie spalle. Ora è un po’ più leggera, perché una parte di questo peso ve l’ho consegnato,  ho voluto donarlo a voi tutti. Per me, il tempo che mi resta sarà più leggero. E forse la coscienza universale si sentirà un po’ più pesante. Forse."



dall'intervista di Marina Gersony a Denise Epstein figlia di Irene Nemirovsky

domenica 22 gennaio 2012

La voluta finale



L'incontenibile ironia di Carlo Fruttero e la cognizione della fatica di vivere di Vincenzo Consolo erano distanti, almeno quanto il Piemonte dalla Sicilia. 


Eppure ci mancheranno allo stesso modo ora che entrambi sono giunti alla voluta finale della loro esistenza terrena...


"Catalogare molluschi terrestri e fluviatili su scrittoi gentilizi che sembravano il tavolo d'un santo o d'un alchimista mi portò a concepire un'originale idea del mondo: che tutto abbia forma di chiocciola o lumaca e sia una spirale di ingiustizie e di soprusi, alla cui finale voluta è incisa la parola libertà"


da "Il sorriso dell'ignoto marinaio" V. Consolo 1976

foto concessa in CC da Andrea Marutti 
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