lunedì 27 dicembre 2010

FIAT: le magnifiche sorti e regressive...

Dalla caccia alle streghe di Valletta al dirigismo antisindacale di Marchionne, la parabola di un'azienda di stato con dividendi privati:
nell'immagine l'opera "quarto stato" secondo Veronica Gambula


" La più forte e tradizionale organizzazione sindacale è esposta all'estinzione nel più importante gruppo industriale del paese. La procedura per le nomine degli scrutatori, comitato elettorale e candidati prevede una dichiarazione personale firmata.
In situazioni normali era scontata, ora è la sottoscrizione di un rischio, contempla la perdita del posto di lavoro.
Anno per anno, fino al 1962, i mesi precedenti le elezioni della Commissione Interna sono dedicati, da quel che resta di uomini e mezzi dentro e fuori le fabbriche, alla ricerca affannosa delle adesioni minime necessarie per essere presenti, tenere aperta la possibilità di denuncia e critica, sottoporre valutazioni e programmi all'attenzione degli operai, nonostante tutto. Una rincorsa all'ultima firma raccolta nello spogliatoio da chi non ci si aspetta dopo tanti rifiuti, o a casa di militanti che esitano sotto lo sguardo dei familiari preoccupati, recuperando ritrattazioni, sostituendo trasferiti e licenziati.
Una delle tante lettere di minaccia, in questo caso inviata alle famiglie dei dipendenti di FIAT Avigliana, dice in bello stile mafioso del nord: 
"Il Vostro  capofamiglia ha ricevuto una lettera IMPORTANTE a lui personalmente indirizzata. Il non averla ricevuta, salvo qualche eccezione, vuol dire che per i suoi atteggiamenti politico-sindacali è considerato un elemento non fedele alla FIAT. Parlate di ciò in casa e considerate un po' se il giudizio espresso è errato. In ogni caso l'esito delle prossime elezioni della commissione interna, con l'indicazione del numero dei voti riportati dalla FIOM, dirà quanti sono i lavoratori che non hanno pensato alla propria famiglia prima di votare." 


Da "La memoria corta" di Giovanni De Stefanis Ed. EDIESSE

venerdì 17 dicembre 2010

L'importanza della museruola



Io dico: ti nasce un cane, lo chiami Ignazio Benito Maria, lo addestri fin dalla giovane età fra rifiuti d'epoca e pretendi che non ti diventi idrofobo? E poi che fai, con la bava alla bocca, lo lasci pure senza museruola?
Lo fai perfino entrare a palazzo?




Vignetta di Giadiniro

martedì 14 dicembre 2010

I disonorevoli


" B: Uno però potrebbe dire che non li si doveva lasciar parlare tutti indiscriminatamente all'assemblea, o accedere al Consiglio, ma consentire ciò solo ai più bravi e ai migliori.
A: No. Proprio perchè all'assemblea lasciano parlare anche la canaglia, si regolano nel modo migliore. Se all'assemblea parlasse la gente per bene, o partecipasse ai dibattiti del Consiglio, gioverebbe ai propri simili, non al popolo. Ora invece può levarsi a parlare qualunque ceffo e perciò persegue l'utile suo e dei suoi simili.
B: Si potrebbe obiettare: ma un tipo del genere come può capire ciò che conviene a lui o al popolo?
A: Ma loro capiscono che la stupidità, la ribalderia, la complice benevolenza di costui giova di più che la virtù, la saggezza e l'ostilità della gente per bene.
Naturalmente una città dove si vive così non è la città ideale! però è proprio questo il modo migliore di difendere la democrazia."

Da "La democrazia come violenza" Anonimo Ateniese V sec. a.C. Edizioni Sellerio

Le foto dei deputati Scilipoti,Calearo,Razzi,Catone,Moffa,Polidori Cesario e Siliquini sono tratte dal sito della Camera dei Deputati



























venerdì 10 dicembre 2010

Aspettando Sakineh

Sakineh lapidata, Sakineh impiccata, Sakineh liberata.
Continua la macabra danza delle notizie...
E a noi che non abbiamo certezze, non rimane che affidarci alla poesia...

La Conquista del Giardino

Quel corvo che volò
Sopra di noi
E s’inabissò nel pensiero agitato di una nuvola vagabonda,
Il cui grido, come una corta lancia, percorse tutto l’orizzonte,
Porterà la notizia di noi in città.

Tutti sanno,
Tutti sanno
Che tu ed io da quel pertugio freddo e tetro
Intravedemmo il giardino
E da quel ramo ameno e impervio
Spiccammo la mela.

Tutti temono,
Tutti temono ma tu ed io
Ci unimmo con la luce, l’acqua e lo specchio
E non tememmo.

Io non parlo di un fragile legame tra due nomi
Né di un vincolo nelle pagine lise di un registro.
Io parlo dei miei voluttuosi capelli
E degli ardenti papaveri dei tuoi baci,
Dell’intimità clandestina dei nostri corpi
E della nostra nudità che riluce
Come le squame dei pesci nell’acqua.
Io parlo della vitalità argentina di un canto
Che una piccola fontana intona all’alba.

Una notte, domandammo alle lepri selvatiche
In quella foresta verde e frusciante,
Alle conchiglie copiose di perle
In quel mare agitato e freddo
E alle giovani aquile
In quel monte straniero e trionfante:
Che si deve fare?

Tutti sanno,
Tutti sanno.
Noi abbiamo penetrato il freddo muto sogno dei Simorgh,
Cogliemmo la verità nel piccolo giardino
nell’espressione timida di un fiore anonimo
E l’eternità in un momento senza fine
Quando due soli si fissano l’un l’altro.

Io non parlo di sussurri timorosi nel buio,
Io parlo di luce del giorno e di finestre aperte,
Di aria fresca,
Di un forno nel quale bruciano cose inutili,
Di terra resa fertile con un’altra coltura,
Di nascita, di evoluzione, di orgoglio.

Io parlo delle nostre mani innamorate,
Che hanno gettato, al di sopra delle notti,
Un ponte foriero di profumo, di luce, di brezza.

Vieni nel prato,
Nel prato aperto
E invocami attraverso i sospiri del fiore di seta,
Come la gazzella la sua compagna.

Le tende traboccano celato odio
E le candide colombe
Dall’alto della loro torre bianca
Fissano in basso la terra.


di
Forugh Farrokhzad
traduzione dal persiano di Daniela Zini

lunedì 22 novembre 2010

Fauna padana


Continua a piovere sul bagnato, l'umidità aumenta e, a giudicare dallo slogan che campeggia su questo SUV, ai pesci di mare spuntano le ali per migrare verso la pianura padana.
Esprimo un solo assillante dubbio: che al posto della secessione la Gallia Cisalpina necessiti forse d'istruzione...

Tranquilli! Stavolta l'apostrofo è sacro.

Foto da Osservatorio Perm.te dello Strafalcione

martedì 16 novembre 2010

L'Italia vista dalla gru


Io lo so.

Si, io so perchè gli ultimi quattro fratelli immigrati hanno abbandonato la gru, raggiungendo il loro compagno già ridisceso.

No. Non è stata la stanchezza dopo ben 17 giorni trascorsi in groppa al giallo gigante alto trenta metri. Non è stato il freddo umido penetrato fin dentro le loro ossa con la pioggia di questi giorni. E neppure la fame che ha attanagliato i loro stomaci, malgrado la solidarietà manifestata da molti, prima che fosse pesantemente repressa dai manganelli della polizia.

È stato altro, ne sono certo.

È successo che questo paese, nel quale avevano riposto le loro copiose speranze di migranti in cerca della felicità, dall'altezza faticosamente conquistata, deve essere improvvisamente apparso ai loro occhi per quello che è: un paese fragile e meschino, un'Italia piccola piccola piccola.

Per questo sono scesi. Il loro è stato solo un atto di generosa pietà.
foto concessa in CC da DIKO

domenica 31 ottobre 2010

Padri senza padroni


Il pastore sardo è stato l'uomo solo per antonomasia, l'uomo che per decenni ha avuto come uniche compagnie crastos e barrasolos ( macigni e cespugli) nella desolazione alienante dell'entroterra. Ma ora dopo secoli di vite disseminate di spine, così come i terreni calpestati dalle loro greggi lo erano di cardi, ha capito. Finalmente l'esasperazione per condizioni economiche inaccettabili e soprattutto la diffusa consapevolezza dello sfruttamento da parte delle aziende del settore ha incanalato la legittima protesta verso una forma collettiva che troppo a lungo gli è stata estranea... E ora a distanza di mesi il tentativo di reprimere la protesta finalmente s'incrina di fronte alla forza del movimento che inizia ad ottenere i primi risultati. La strada sarà ancora lunga ma forse il governo regionale e anche quello centrale hanno capito di avere di fronte uomini pronti a tutto e non le loro greggi.

"Hai comandato troppo. Non ti ha messo nessuno le mani addosso. E sarebbe ora che qualcuno te le mettesse per farti riflettere e comprendere cosa significano i colpi e le percosse con cui ti sei fatto sempre temere. Hai comandato troppo e sarebbe ora che tu la finissi. Siamo cresciuti tutti come tuoi schiavi: con la paura della tua persona...

E i miei fratelli, ancora, si trasportano la tua terribile autorità... A me, ora, per fortuna non fai più paura. L'ho distrutta nel mio cervello. E tu per ora sei solo un uomo come me e come tanti altri e come tale ti rispetto...
Non me ne vado, io. Non me ne andrò. Chiama pure i carabinieri. Le tue forze non riusciranno più a mettermi in fuga. Qui sento che ci debbo restare. Ci ho lavorato tanto quando mi usavi come attrezzo. Ora ho bisogno di restarci e ci resto. Non è colpa mia se ho bisogno di questo. E ora che ti ho dimostrato che non ce la fai più a picchiarmi, se ti va ti concedo anche di sfogarti sul mio corpo. Toh! Io mi sdraio per terra. Vieni. Picchiami. Calciami. fammi quello che vuoi come facevi prima. Solo così mi potrai picchiare. Perché non lo fai?"

da Padre padrone di Gavino Ledda

giovedì 14 ottobre 2010

Baricco, ovvero l'uomo che riscrisse sè stesso



Prima o poi doveva accadere.
A forza di alimentare il proprio ego piuttosto smisurato e, non incidentalmente anche il proprio portafogli, con una sequenza di riscritture, Alessandro Baricco è finito a riscrivere sè stesso.
Dopo Omero, Melville, Tirso de Molina e Molière, adattamenti per la scena teatrale, collane per ragazzi e cinema, Baricco ha riscritto Baricco.
A distanza di soli quattro anni infatti, il controverso scrittore torinese, ritenuto a torto o a ragione un protagonista della cultura italiana attuale (!), smentisce sè stesso e la principale tesi del
"saggio sulla mutazione" quel "I barbari" con il quale nel 2006 contestò alla società nascente la perdita del senso di profondità, e con essa del contenuto di bellezza da ricercare nei libri, nei gesti, nei viaggi e perfino negli sguardi.
Sul
numero di settembre 2010 di Wired un Baricco molto curato nel suo look arriva infatti ad affermare:

"La superficie è tutto, e in essa è scritto il senso. Meglio: in essa siamo capaci di tracciare un senso. E da quando abbiamo maturato questa abilità, è quasi con imbarazzo che subiamo gli inevitabili sussulti del mito della profondità: oltre ogni misura patiamo le ideologie, gli integralismi, ogni arte troppo alta e seria, qualsiasi sfacciata pronuncia d'assoluto...La profondità sembra essere diventata una merce di scarto per i vecchi, i meno avveduti e i più poveri."

E quella che fin qui sembra essere una rassegnata constatazione si trasforma in piena accettazione poco dopo:

"Ma alla fine, quello che è accaduto è stato soltanto il frutto delle nostre scelte, del talento e della velocità delle nostre intelligenze. La mutazione ha generato comportamenti,
cristallizzato parole d'ordine, ridistribuito privilegi: ora so che in tutto ciò è sopravvissuta la promessa di senso che a suo modo il mito della profondità tramandava."

Per concludere ormai entusiasta che :

"Da questi barbari stiamo ricevendo un'impaginazione del mondo adatta agli occhi che abbiamo, un design mentale appropriato ai nostri cervelli, e un plot della speranza all'altezza dei nostri cuori...l'unico modo che conosciamo per consegnare in eredità, a chi verrà, non solo il passato, ma anche il futuro."

Insomma una specie di proporzione del tipo: Omero sta a Baricco come il passato sta al presente e forse al futuro.
E voi che ne pensate?
Foto concessa in cc da Tony2

martedì 14 settembre 2010

L'ex-cattedra è un banco rotto

E' tornata a squillare la campanella. E a centinaia di migliaia hanno trascinato le gambe inguainate di jeans e poggiate su piedi infilati in scarpe simili anche se con marchi diversi. Lo stesso lettore mp3 nelle orecchie, lo stesso zaino sulle spalle, magari a volte solo di un altro colore. E lo stesso sguardo tra l'annoiato e il rassegnato. Che diventa febbrile solo davanti ad uno schermo: un netbook, un videogames o un telefonino di ultima generazione. Attesi da un altro smarrimento. Quello di professori cinquantenni appena scampati alla gelminiana mattanza dei precari e già in odore di pensionamento culturale. Uniti ai loro discenti dalla paura del futuro e dalla monotonia del presente.
Dedico ad entrambi due appelli scritti a distanza di 50 anni l'uno dall'altro ma ancora entrambi attualissimi. Originariamente pensati per gli studenti ben si adattano ad esortare anche chi ormai ha il sempre più difficile compito di educare da dietro le cattedre:

"Che l'infanzia sia caduta nella trappola di una scuola che ha ucciso il meraviglioso invece di esaltarlo indica abbastanza in quale urgenza si trovi l'insegnamento, se non vuole cadere in seguito nella barbarie della noia, di creare un mondo di cui sia permesso meravigliarsi.

Guardatevi tuttavia dall'attendere aiuto o panacea da qualche salvatore supremo. Sarebbe vano, sicuramente, accordare credito a un governo, a una fazione politica, accozzaglia di gente preoccupata di sostenere prima di tutto l'interesse del loro potere vacillante; e nemmeno a tribuni e maitres à penser, personaggi massmediatici che moltiplicano la loro immagine per scongiurare la nullità che riflette lo specchio della loro esistenza quotidiana. Ma sarebbe soprattutto andare contro se stessi, inginocchiarsi come un questuante, un assistito, un inferiore, mentre l'educazione deve avere per scopo l'autonomia, l'indipendenza, la creazione di sé, senza la quale non vi è vero aiuto reciproco, autentica solidarietà, collettività senza oppressione.

Una società che non ha altra risposta alla miseria che il clientelismo, la carità e l'arte di arrangiarsi è una società mafiosa. Mettere la scuola sotto il segno della competizione è incitare alla corruzione, che è la morale degli affari.

La sola assistenza degna di un essere umano è quella di cui ha bisogno per muoversi con i propri mezzi. Se la scuola non insegna a battersi per la volontà di vivere e non per la volontà di potenza, essa condannerà intere generazioni alla rassegnazione, alla servitù e alla rivolta suicida. Rovescerà in soffio di morte e di barbarie ciò che ciascuno possiede in sé di più vivo e di più umano.

Io non immagino altro progetto educativo che quello di formarsi nell'amore e nella conoscenza di ciò che è vivo. Al di fuori di una scuola della vita dove la vita si trova e si cerca senza fine - dall'arte di amare fino alle matematiche speculative - non vi è che la noia e il peso morto di un passato totalitario."





Da Avviso agli studenti (1995) di R.Vaneigem

"Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra Patria. Traditi dalla frode, dalle violenza, dall’ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell’Italia e costruire il popolo italiano.

Non frugate nelle memorie o nei nascondigli del passato i soli responsabili di episodi delittuosi; dietro ai sicari c’è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto e ha coperto con il silenzio e la codarda rassegnazione; c’è tutta la classe dirigente italiana sospinta dalla inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina.

Studenti, mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta assieme combattuta. Per la fede che vi illumina; per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l’oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l’Italia dalla schiavitù e dall’ignoranza, aggiungete al labaro della Vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace nel mondo".

Appello del Rettore UniPD: Prof. Concetto Marchesi agli studenti Dic. 1943




foto concesse in CC di Stefan e di Net Efekt

sabato 4 settembre 2010

Italia: ieri, oggi e...domani

A chi pensa che l'attuale situazione politica italiana sia solo una breve ed infelice parentesi momentanea, dedico questo breve ma significativo passaggio dell'intervista a Giuseppe Laterza realizzata da Edoardo Albinati e Barbara Bertoncin.

(Benedetto Croce)...gli fece così pubblicare una traduzione di un libro straordinario (l’abbiamo ristampato in anastatica) L’Italia d’oggi, di due inglesi, Bolton King e Thomas Okey. Un libro bellissimo, che parlava di tutto, della chiesa, della mafia, del Sud, eccetera. L’incipit del primo capitolo intitolato “La politica e gli uomini politici” è straordinario. Era il 1901. Lo leggo: “Uno dei primi fatti che fermano l’osservatore della vita italiana è la confusione e la decadenza dei vecchi partiti politici. Essi hanno perso fede nei loro principi, nel loro paese, in se stessi. L’azione loro sembra poco meglio di una interessata lotta per raggiungere cariche pubbliche e di una cieca resistenza a forze che non sanno comprendere, assimilare, e pertanto temono”.

giovedì 19 agosto 2010

Lucciole per lanterne in morte di un reazionario.


Spiacente, non mi omologherò al coro ipocrita della beatificazione. Al santino del picconatore costantemente sull'orlo di una crisi di nervi mi basterà sostituire il ricordo.

Quello di un ex ministro degli interni di stampo sudamericano, poi Presidente della Repubblica e delle vittime della sua cinica e mai sopita spregiudicatezza politica al servizio del potere, in totale spregio della Costituzione e delle libertà in essa sancite.


"(...)Nei primi anni sessanta, a causa dell'inquinamento dell'aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulminante e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c'erano più.
(...) Prima della scomparsa delle lucciole.
La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta.
(...) Dopo la scomparsa delle lucciole.
I "valori", nazionalizzati e quindi falsificati, nel vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. E non servono neanche più in quanto falsi.
(...) Gli uomini di potere democristiani sono passati dalla "fase delle lucciole" alla "fase della scomparsa delle lucciole" senza accorgersene.
(...)Per quanto ciò possa sembrare prossimo alla criminalità la loro inconsapevolezza su questo punto è stata assoluta; non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una "normale" evoluzione, ma stava cambiando radicalmente natura."

da L'articolo delle lucciole
di Pier Paolo Pasolini
"Corriere della sera" del 1° febbraio 1975
Nella foto manifesto del P.Radicale 1977

lunedì 2 agosto 2010

Il cielo sotto Berlino

A Prenzlauer Berg le vie sono ampie e i palazzi hanno le finestre grandi. Bianche e luminose, non sembrano case del popolo. Nel cielo le nuvole si rincorrono veloci. Come le bici sulla porzione ciclabile del marciapiedi che contendono ai rari pedoni il privilegio di rimirare una sostanziale assenza di traffico. Al semaforo l'omino verde si dispone ad un'allegra deambulazione ed io faccio altrettanto. Cinquanta metri dal portone e sto già scendendo le scale della metropolitana, quella U-Bahn che insieme con la S-Bahn, ferrovia prevalentemente di superficie, costituisce un articolato e vitale sistema arterioso ferrato nel ventre dell'orso berlinese.


Nemmeno venti gradini e sono sul binario. Nessun tornello. Nessun percorso articolato su più rampe di scale. Nessun controllo. Una biglietteria automatica, la colonnina SOS con possibile contatto vocale e i display che segnalano con precisione direzioni, tempi d'attesa e possibili coincidenze dei convogli in arrivo.


E i treni arrivano colorati e puliti. Anche i più vecchi, quelli con le finiture interne in mogano e alluminio che mi ricordano l'ascensore di quando ero bambino. Sui vetri inopinatamente limpidi perfino il vezzo di una serigrafia in trasparenza con la Brandeburger Tor declinata in tutte le angolazioni possibili. Poche le persone in piedi, e così c'è spazio anche per la bici che immancabilmente una ragazza introduce nel vagone senza apparente fatica.
Una manciata di minuti e quando riemergo in superficie dall'altra parte della città provo quasi nostalgia per il bruco giallo che mi ha appena partorito in modo indolore.

sabato 26 giugno 2010

La crisi, i sindacati e Pappagone

La crisi economica si acuisce e il governo colpisce. Ma ancora una volta a ricevere il fendente rimane solo il lavoro dipendente. E i sindacati, o quello che ne resta, cosa fanno?

C'è chi ha avallato sostanzialmente la manovra (la UGL e la CISL) e punta a portare piccoli correttivi in parlamento. C'è chi in preda alla schizofrenia concertativa (la UIL) afferma, per bocca del proprio segretario confederale, che la manovra è equa e poi lascia indire lo sciopero alle singole categorie per arginare la protesta. C'è chi proclama lo sciopero generale (la CGIL) che poi così generale non è, con durate e date diversificate a seconda di categorie e regioni. C'è chi (il sindacalismo autonomo) risponde con una manifestazione sotto il Parlamento e infine c'è chi come il sindacalismo di base (quasi tutto raccolto sotto la neonata sigla USB) canta vittoria per un solitario sciopero generale con il 15% di adesioni. E mille altre acronimi, sigle e siglette pronte a zappare il proprio orticello fatto di autoreferenzialità e di consensi sempre più limitati.

Sempre più somiglianti a quello sprovveduto e semianalfabeta Pappagone, personaggio televisivo degli anni '60, che durante l'irripetibile stagione sindacale che portò all'estensione dei diritti del mondo del lavoro e allo stesso statuto dei lavoratori, si poneva abitualmente la seguente domanda:
"Ma siamo vincoli o sparpagliati?"

martedì 15 giugno 2010

Pensare con i piedi

La vigilia in ritiro era stata sofferta e piena di polemiche.
Non di quelle strettamente calcistiche, tipo tormentone Cassano & Balotelli, ma sociopolitiche, settore raramente frequentato dagli dei con gli scarpini.
Aveva iniziato il neo-barbuto De Rossi sollevando legittimamente la questione della illegalità di alcuni comportamenti ingiustificati della polizia nell’ambito della repressione del tifo violento, scatenando un putiferio di reazioni censorie da parte di ministri, capi della polizia e presidenti federali, prima di fare marcia indietro.
Aveva continuato poi Borriello, che forse alla disperata ricerca di una maggiore considerazione nella squadra di club, il “diavolo” berlusconiano e milanista, imitava Emilio Fede nell’attaccare Saviano, reo secondo lui di aver diffamato con la sua opera Napoli e dintorni. Nel silenzio generale delle istituzioni.
Infine era arrivata la provocazione neo-padana di Marchisio che, nel cantare l’inno nazionale in occasione dell’ultima amichevole, correggeva il testo originale secondo i dettami della propaganda leghista in “Roma ladrona”… Anche qui nel silenzio generale, appena increspato da un pizzico di stupore dei compagni.
La breve stagione sociale dei nostrani pedatori era terminata poi con l’arrivo nell’Africa australe e con l’inizio delle gare.

Magari, ci dicevamo, dimostreranno di valere almeno sportivamente qualcosa di più, di essere quasi migliori del paese che rappresentano e del disincanto che li accompagna.
La partita di ieri col Paraguay, pareggiata a fatica e tirando col contagocce, ha detto invece che anche sul campo questa è una nazionale con tanta voglia di fare (come quella di dire) ma senza qualità.
Una nazionale fatta di soldatini azzurri incapaci anche di “pensare con i piedi”.

mercoledì 9 giugno 2010

Bhopal: se questa è giustizia

Bhopal, Madya Pradesh, Unione Indiana, 3 Dicembre 1984, ore 00,05:
27 tonnellate di isocianato di metile e imprecisate quantità di altre sostanze fuoriescono dal sito della Union Carbide India Limited appartenente alla multinazionale statunitense UCC.
500 mila persone esposte alla nube.
3800 morti ufficiali (almeno 20.000 quelli ufficiosi ma stimati da organismi internazionali come Amnesty International), 108 mila persone con danni permanenti.

Nuova Delhi 7 Giugno 2010
Sette ex dirigenti indiani della Union Carbide India Limited sono condannati a due anni di carcere per negligenza. Fra gli imputati non figura lo statunitense Warren Anderson ritenuto il principale responsabile perchè latitante.


Senza Titolo

Puntami una fiamma ossidrica negli occhi
Versa acido nella mia gola

Strappa i tessuti dei miei polmoni
Affogami nel mio sangue
Soffoca la mia bambina davanti ai miei occhi
Fammi vedere come si dibatte morendo
Mutila i miei figli
Fa che il dolore quotidiano sia il loro solo compagno di giochi
Non risparmiarmi nulla. Distruggi la mia salute
Così che non possa nutrire la mia famiglia
Guardaci crepare di fame, di’ che tu non c’entri nulla,
Non sognarti neanche di chiederci scusa
Avvelena la nostra acqua, fa’ nascere mostri
Facci maledire Dio
Blocca la crescita dei nostri figli
Ignora le nostre urla
per diciassette anni,
Insegnami che la mia rabbia è inutile,
Come le mie lacrime
Provami al di là di ogni dubbio
Che non esiste giustizia al mondo
Tu, ricca multinazionale americana
Io, vittima del gas di Bhopal

(Indra Sinha, 2002, tr. it. di Vincenzo Mingiardi)

Nella foto il murales dell'artista Janet Braun-Reinitz
(guarda il video)

sabato 22 maggio 2010

Sindone: l'imbroglio nel lenzuolo



Nei primi anni del secolo scorso, il cinematografo veniva percepito dagli spettatori soprattutto da quelli dei ceti più popolari, digiuni di conoscenze tecniche e non solo di quelle, come una piacevole arte illusoria. Ancora lontani i tempi del sonoro, quel fascio di luce, che inanellando un fotogramma dopo l'altro ne proiettava l'immagine sul telo bianco, era al tempo stesso una realtà divertente e un imbroglio.
Non a caso a Napoli, nella città dove la realtà è a volte assai più espressiva di qualsiasi finzione, veniva definito come "'O mbruoglio int'o lenzuolo".


Un anziano ride ripensando alle risate, una donna dice: “Accussì adda essere ‘o mbruoglio int’o lenzuolo, c’adda fá spassá”. L’imbroglio nel lenzuolo è la pellicola, il cinematografo.
Lo chiamano così perchè la parola è troppo strana, non riescono a dirla bene e si vergognano di incacagliare, “cimetanocrafo”. ‘O mbruoglio int’o lenzuolo è più spiccio e spiega bene che si tratta di un imbroglio steso sopra una tela”.
Erri De Luca in Montedidio (Feltrinelli 2001)

Un imbroglio che anche se palese, scoperto e ingannevole al tempo stesso, conforta e rende meno dura la vita di tutti i giorni.

Ecco, vedendo nei giorni scorsi le immagini di migliaia di persone percorrere centinaia di chilometri per sfilare qualche secondo dinanzi a quel falso trecentesco che è la Sindone, qualcosa mi ha riportato alla mente quel modo di dire.

E mi è sembrato assolutamente perfetto.

sabato 15 maggio 2010

Libri, scrittori, salette e saloni.


Il 23esimo Salone del Libro di Torino in corso in questi giorni rappresenta sicuramente la più grande manifestazione nazionale legata al mondo dell'editoria.

E come tutti i grandi contenitori anche il Lingotto ospiterà gli appuntamenti conclusivi di diverse manifestazioni e iniziative che in questi ultimi mesi hanno movimentato la scena editoriale nazionale.
Lunedì 17, giornata conclusiva del Salone, il Caffè Letterario ospiterà anche la finale del concorso 8x8 a cui ho avuto occasione di partecipare, superando la selezione per la quinta e ultima serata, organizzata da Fandango Libri e vinta poi con merito da Mattia Zuccatti con il suo bel racconto: "Un'altra richiesta d'aiuto".
Potete ora leggere qui i racconti finalisti, dopo il lavoro di editing al quale sono stati sottoposti.
La serata romana nell'angusta saletta, una trentina di sedute raggrumate intorno a mezza dozzina di tavoli, è stata un'esperienza per me inedita.
Prima autolettura pubblica di un mio testo; presenza di critici, editor, agenti e scrittori e di un pubblico molto più vicino anagraficamente ai miei figli che alla mia barba brizzolata; concorrenti giovani e provenienti in gran parte dal Master della baricchiana Scuola Holden. Il tutto avrebbe potuto creare qualche imbarazzo.
Sono stato il primo a leggere e tutto sommato la lettura è filata via veloce, senza indecisioni.
Poi purtroppo sono arrivati i giudizi.
Più benevolo quello dell'editor (Ferrara), molto meno quello del critico (Gallerani) al quale però riconosco una certa dose di ragioni su difetti del quale ho acquisito anch'io consapevolezza proprio grazie alla lettura ad alta voce.
Meno concorde mi sono invece ritrovato con lo scrittore (Carta) che ha ritenuto il tema trattato ormai superato nell'era della comunicazione internettiana. Il racconto parla di perdita del lavoro, di morti bianche, di cura di familiari non autosufficienti, di immigrazione, insomma della banalità del dolore quotidiano.
Non ho potuto replicare, non ce ne è stata data la possibilità.
Ma mi sono ritrovato a considerare come un simile giudizio spiegasse bene la distanza tra un certo mondo intellettuale e la realtà quotidiana di tante, troppe persone.

lunedì 3 maggio 2010

8x8 Happy Hour e "letteratura"


8x8 è un concorso letterario lanciato da Oblique diverso dai molti altri, tra seri e meno seri, organizzati lungo la penisola. Al secondo anno di vita, la manifestazione non mette in palio nè premi in denaro nè coppe o trofei, ma libri e soprattutto la possibilità di farsi leggere dagli addetti ai lavori e cioè editor e case editrici come Fazi, Nottetempo, Minimum fax, Voland e Fandango libri. Teatro delle performance degli autori selezionati da Oblique è il Caffè Fandango di Roma, nel cuore del centro storico della capitale a metà strada tra il Pantheon e Montecitorio. 


E tutto considerato leggere il mio nome tra i selezionati per la serata di martedì 4 maggio ore 21.30, casa editrice madrina Fandango Libri, è stata una piacevole sorpresa.
Ma ora viene il difficile: la lettura pubblica alla quale gli autori, ed io tra loro, saranno costretti davanti alle due giurie, popolare e di esperti del settore. Il rischio di salivazione azzerata e lingua felpata è dietro l'angolo, ma proverò a scongiurare il pericolo.

sabato 24 aprile 2010

25 Aprile: ora e sempre Resistenza!


"...Di che massacri immaginari non sono mai responsabili la noia e l'ozio della provincia? È come infatti se la pietra del marciapiede antistante debba essere squarciata all'improvviso dall'esplosione di una mina di cui il piede del forestiero, dell'ignaro, sia in procinto di urtare inavvertitamente il detonatore. Oppure come se una rapida sventagliata della mitragliatrice fascista che sparando appunto di lì, da sotto il portico del Caffè della Borsa, in una notte di dicembre del 1943 abbattè lungo il medesimo marciapiede undici cittadini, possa far compiere anche all'incauto passante l'identica breve, orribiledanza tutta sussulti e contorsioni che nell'attimo della morte senza dubbio compirono, prima di cadere esanimi uno sull'altro, coloro che la Storia ha da anni consacrato quali le prime vittime in ordine di tempo della guerra civile italiana."

da "Una notte del '43" in Cinque storie Ferraresi di G. Bassani
nella foto una inquadratura del film "La lunga notte del '43" di F. Vancini

Guerra civile si, una guerra alla quale la gioventù moralmente sana di questo paese si sentì chiamata nelle formazioni partigiane.Una guerra non dichiarata ma combattuta e subita anche dalle popolazioni civili attraverso gli eccidi e le rappresaglie nazifasciste. Una guerra con due parti in lotta che nessuno potrà mai storicamente mettere sullo stesso piano etico. A dispetto di qualsiasi revisionismo ingenuo o prezzolato che sia.

E a coloro che ne considerano superato il valore, e anche a quelli per cui l'antifascismo è ormai solo un esercizio retorico, ricordo le parole scritte dal gappista Giovanni Pesce nella prefazione al suo memoriale dal titolo "Senza tregua":

"Che è rimasto dell'eroismo degli uomini"? Soltanto la cara memoria dei martiri e il ricordo dei migliori? Gli uomini creano e scompaiono. E le loro opere? E l'opera più solida è l'Italia antifascista, la pace e la fratellanza dei popoli. E' l'opera dei protagonisti di "Senza Tregua". Tocca ai giovani continuare la resistenza."


Era il 1967, ma a volte sembra mille anni fa.

CLICCA QUI per il programma dei festeggiamenti nelle varie regioni italiane.

venerdì 23 aprile 2010

Il giorno dei libri e delle rose

Un giorno in cui gli uomini fanno omaggio di una rosa alle donne ricevendo in cambio un libro.

In una città che si riempie di bancarelle con libri di ogni genere e dove le librerie rimangono aperte fino a notte fonda, mentre si susseguono una serie infinita di eventi spettacoli e presentazioni di libri...


Nessun dubbio, non siamo in Italia, ma a Barcellona per la Festa di San Giorgio il 23 Aprile ovvero la Giornata Mondiale del libro. La collocazione nel calendario trae origine dal 23 Aprile del 1616, giorno in cui morirono contemporaneamente Cervantes, Shakespeare e Garcilaso De la Vega.


Quest'anno il tema dominante suggerito dall'Unesco sarà quello del libro come strumento per l'avvicinamento e il dialogo interculturale
In fotoin CC da nadia the witch le rose di Sant Jordi.

giovedì 22 aprile 2010

L'ombra di Montalbano

Una nuova notizia di biodiversità a rischio giunge dalla Sicilia.
Quelle monumentali sculture della natura che sono i secolari esemplari di olivo saraceno, sembrano sempre più in pericolo d'estinzione. Tornano in mente le righe ispirate a Camilleri da quelle magnifiche presenze arboree che hanno contrassegnato per secoli il paesaggio dell'isola...


"Pareva un àrbolo finto, di teatro, nisciùto dalla fantasia di un Gustavo Doré, una possibile illustrazione per l'Inferno dantesco. I rami più bassi strisciavano e si contorcevano terraterra, rami che, per quanto tentassero, non ce la facevano a issarsi verso il cielo e che a un certo punto del loro avanzare se la ripinsavano e decidevano di tornare narrè verso il tronco facendo una specie di curva a gomito o, in certi casi, un vero e proprio nodo. Poco doppo però cangiavano idea e tornavano indietro, come scantati alla vista del tronco potente, ma spirtusato, abbrusciato, arrugato dagli anni. E, nel tornare narrè, i rami seguivano una direzione diversa dalla precedente. Erano in tutto simili a scorsoni, pitoni, boa, anaconda di colpo metamorfosizzati in rami d'ulivo. Parevano disperarsi, addannarsi per quella magarìa che li aveva congelati, "canditi", avrebbe detto Montale, in una eternità di tragica fuga impossibile. I rami mezzani, toccata sì e no una metrata di lunghezza, di subito venivano pigliati dal dubbio se dirigersi verso l'alto o se puntare alla terra per ricongiungersi con le radici."
da "La gita a Tindari", di Andrea Camilleri, (Ed. Sellerio Editore Palermo)
Foto di Leonardo Caforio concessa in CC da Zunardu

mercoledì 21 aprile 2010

2763 primavere


Tra mito, leggenda e storia.
Più gloriosa e magnifica quella antica rispetto all'attuale.
Sempre e comunque immortale. Buon compleanno alla mia città.
Auguri Roma.



S.P.Q.R. di G.G.Belli

Quell'esse, pe, cu, erre, inarberate
Sur portone de guasi oggni palazzo,
Quelle sò quattro lettere der cazzo,
Che nun vonno dì gnente, compitate.

M'aricordo però che da ragazzo,
Quanno leggevo a fforza de fustate,
Me le trovavo, sempre appiccicate
Drent'in dell'abbeccé ttutte in un mazzo.

Un giorno arfine me te venne l'estro
De dimannanne un po' la spiegazzione
A don Furgenzio ch'era er mi' maestro.
Ecco che m'arispose don Furgenzio:

"Ste lettre vonno dì, sor zomarone,
Soli preti qui reggneno: e ssilenzio".
Foto concessa in CC di Oscar Palmer

sabato 17 aprile 2010

Pasolini e l'omofobia di Don Tarcisio


"Così il Papa, dopo aver denunciato, con drammatica e scandalosa sincerità il pericolo della fine della Chiesa, non dà alcuna soluzione o indicazione per affrontarlo.

Forse perchè non esiste possibilità di soluzione? Forse perchè la fine della Chiesa è ormai inevitabile, a causa del "tradimento" di milioni e milioni di fedeli (soprattutto contadini, convertiti al laicismo e all'edonismo consumistico) e della decisione del potere, che è ormai sicuro, appunto, di tenere in pugno quegli ex fedeli attraverso il benessere e soprattutto attraverso l'ideologia imposta loro senza nemmeno il bisogno di nominarla?

Può darsi. Ma questo è certo: che se molte e gravi sono state le colpe della Chiesa nella sua lunga storia di potere, la più grave di tutte sarebbe quella di accettare passivamente la propria liquidazione da parte di un potere che se la ride del Vangelo. In una prospettiva radicale , forse utopistica, millenaristica, è chiaro dunque ciò che la Chiesa dovrebbe fare per evitare una fine ingloriosa. Essa dovrebbe passare all'opposizione. E, per passare all'opposizione dovrebbe prima di tutto negare se stessa. Dovrebbe passare all'opposizione contro un potere che l'ha così cinicamente abbandonata, progettando senza tante storie, di ridurla a puro folclore. Dovrebbe negare sè stessa, per riconquistare i fedeli (o coloro che hanno un "nuovo" bisogno di fede) che, proprio per quello che essa è, l'hanno abbandonata. Riprendendo una lotta che è peraltro nelle sue tradizioni (la lotta del Papato contro l'Impero), ma non per la conquista del potere, la Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi più repressivo che mai; corruttore; degradante (mai più di oggi ha avuto senso l'affermazione di Marx per cui il capitale umano trasforma la dignità umana in merce di scambio).E' questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all'opposizione e alla rivolta.
O fare questo o accettare un potere che non la vuole più: ossia suicidarsi.

da "I dilemmi di un Papa,oggi" di P.P. Pasolini in "Scritti corsari".

Chissà come l'allora insegnante di teologia morale all'Ateneo salesiano di Roma, Don Tarcisio Bertone, avrà giudicato nel Settembre 1974 tale condanna senza appello. Possiamo immaginare poco favorevolmente, solo per usare un eufemismo.

Sarà stata questa attualissima e feroce critica dell'intellettuale e omosessuale simbolo Pasolini il sassolino portato nella scarpa, oppure

sarà stato l'arcigno nome di battesimo che ispira entrate un po' rudi, alla Tarcisio Burgnich per intenderci, nei confronti di un'ala intelligente e scattante com'era il giovane Pasolini, a ispirare le recenti e offensive (per la comunità GLBT e per l'intelligenza umana) dichiarazioni dell'alto gerarca vaticano?





Foto dai musei Vaticani concessa in CC da Uccio2

domenica 11 aprile 2010

I governatori padani e il corpo della ragassa

I neo-eletti Presidenti di Piemonte e Veneto, Cota e Zaia entrambi leghisti, hanno rilasciato all'indomani delle elezioni ampie dichiarazioni con le quali affermavano che avrebbero cercato d'impedire in qualunque modo l'uso del metodo farmacologico (pillola ru486) al fine di praticare l'aborto, diritto sancito e regolamentato da una legge dello stato.

Dietro questo primo scontro istituzionale, embrione di future devolution e secessioni di fatto, si nasconde un idea del corpo della donna assolutamente integralista, che sostituisce al biblico "partorirai con dolore", il padano "abortirai con maggiori rischi e sofferenza".

Sarà stata l'idea della assoluta disponibilità del corpo femminile che ne traspare, o le assonanze dialettali che tra Piemonte e Veneto passano inevitabilmente per la Lombardia e il Po, ma mi hanno riportato alla mente il Dott. Quario e la sua visita alla ragassa Tirisìn prima di accoglierla in casa in qualità di domestica, nel bel romanzo di un padano doc quale era quel GioanBrerafuCarlo...

...
E' impossibile" reagisce il professore
"Il tifo è come un brutto temporale con grandine: tu sei di campagna, saprai che sfracelli combina la grandine"
" Eppure..." tenta Tirisìn.
"Del resto" ammette l'altro, meglio così: ma voi donne siete strani animali: o sentite troppo o non sentite nulla di nulla.
Io scommetto l'onorario di un mese che qualche venetta rilevata, sulle pieghe dello sfintere, si può scoprire ad occhio nudo."
...
"Ma vediamo il retto e la crenam ani. Adesso Teresa devi metterti gattoni: a la levrette, come dicono i franciosi: posa pure la faccia sul cuscino: ecco così". Con le due mani l'aiuta a disporre meglio i gomiti in appoggio.
...
Passando una mano sulla vita di Tirisìn , arriva a tornirle i glutei, a divaricarle le gambe in modo che - come spiega- il suo esame sia più agevole.
Tirisìn è imbarazzata quanto basta: ma l'impudicizia delle vergini non è un'invenzione dei moralisti. Vista da tego, Tirisìn evoca al professore immagini così galeotte da indurlo a slacciarsi il colletto quasi con furore.
...
"Però" ammette d'un tratto il professore, che sicuramente si è accorto di esagerare: "sai, Teresa, che avevi ragione tu? Non c'è ombra di vene rilevate o scoperte. Bene: sono contento per te. E naturalmente non è nemmeno coimplicata la pipina". Indice e pollice allontanano a sospresa le grandi labbra: Tirisìn compie un balzo in avanti che induce Binìn a esclamare: "oh , pora tosa!"
"Ohè" si inalbera il professore : "e la vescica, e i reni? Dov'è che finisce l'uretra, sotto l'ascella?


Da "Il corpo della ragassa" di Gianni Brera


giovedì 1 aprile 2010

Avanzata leghista: "libera nos a malo"


Malo è un piccolo centro della provincia di Vicenza. Uno come tanti. Anche lì l'ultima tornata elettorale amministrativa ha visto la larga vittoria del candidato (sindaco uscente alla seconda conferma) sostenuto da Lega e alleati. Un esperienza amministrativa con largo consenso, l'interpretazione del sentire comune, l'ispirazione della legalità senza se e senza ma...eccetera eccetera...
Chi, come Luigi Meneghello, conosceva bene i cittadini maladensi per farne parte integrante, così descriveva il rapporto che gli abitanti di quel luogo avevano storicamente con il senso dello stato...

"....
in ciò che concerne l'intaresse, lo Stato si considerava quasi universalmente un estraneo importuno che ognuno aveva il diritto e poco meno che il dovere di defraudare. Il rubare era riprovato dai più, ma nella sfera privata, furtiva, classica dei ladronecci notturni di galline, o dei furti dal cassetto d'un negozio o d'una credenza; invece l'arrangiarsi nei confronti di qualunque ente pubblico, o anche di enti impersonali, era molto diffuso; e piuttosto frequente anche l'arrangiarsi nei confronti di gruppi familiari estranei con cui si dividessero orti, cortili, magazzini, cantine,granai. Della prima forma di arrangiamento si parlava apertamente come di cosa naturale e sottintesa emolti se ne vantavano; della seconda non solo non si parlava in pubblico, ma si negava anche l'evidenza. Mentire in caso di bisogno era regola poco meno che generale: si mentiva, se necessario, con grandi segni di croce, e facce stravolte..."

Da "Libera nos a malo" di Luigi Meneghello

Foto concessa in CC da Giopuo

giovedì 25 marzo 2010

Buffoni a Roma

Candidati che si sentono già eletti e che presenziano a cerimonie pubbliche dal palco delle autorità. Frequentatori di neofascisti che commemorano le vittime civili della barbarie nazifascista per ricostruire una verginità al di sopra delle parti mai avuta. Assenze istituzionali di ducetti in sedicesimo. E le inevitabili e sacrosante note polemiche di chi tenta di difendere almeno la memoria di quello che fu solo 66 anni fa.
Tutto questo è stata la cerimonia di commemorazione delle 335 vittime delle Fosse Ardeatine.
E quell'opportunismo, quella pigra indifferenza trovano nei versi quasi pasoliniani di un romano d'adozione come Franco Buffoni la perfetta sintesi tra "condanna e solidarietà per l'animale uomo".


...
Siamo tutti un po’ gibollati all’Ardeatina
Su cinque corsie dove al massimo
Dovrebbero starcene due
Senza caffè alle sette di mattina,
Alcuni furono finiti col calcio del fucile
Sono stati trovati col cranio sfondato
Erano ubriachi alla fine gli assassini
E sbagliavano la mira
Uno era qui accanto all’uscita ostruita
Si era trascinato in agonia.
*
Sembra persino educata
La gente in centro al mattino
Che si è appena alzata
Coi silenzi dei rumori
E i pudori del cielo che si muove.
Qui in via dei Portoghesi te ne accorgi dai passi,
Che alle sette sui sampietrini
Risuonano come silofoni
Scossi da lievi mazzuoli.
E una volta scendendola ho scoperto
Che era via Rasella
La mia scorciatoia mattutina al Quirinale,
Poi vi ho cercato lapidi segnali. Nulla,
Fuor che nero fumo vecchie insegne
Imposte del tempo dell’agguato,
Qualche ciottolo scheggiato.

Da "Roma" di Franco Buffoni

foto concessa in licenza CC da Frattaglia

venerdì 19 febbraio 2010

TAV non disturbate il manovratore !


Ragioni di un vivere civile spazzate via a colpi di manganello e l'odore dei soldi fiutato dalle gendarmerie come il sangue dalle fiere nel Colosseo. La militarizzazione del consenso prosegue col benestare dei lacchè di turno, quei direttori e giornalisti senza coraggio e la cui unica lettura rimane la velina del Potere, puntualmente elargita dai "portatori d'interesse".

Quanti anni serviranno ancora per la costruzione della TAV? Quanti setti nasali, quante braccia alzate saranno ancora bastonate? Quante migliaia di caschi blu randelleranno ancora in trasferta, ribadendo un singolare concetto di sicurezza? Per quante altre volte ancora l'Informazione con la I maiuscola non disturberà il manovratore?

Me lo continuerò a chiedere ancora lunedì, quando per percorrere 259 km di strada ferrata impiegherò quattro ore e ingannerò l'attesa leggendo poesie come questa:


Le tue rotaie




I MIEI SCAMBI

SONO SOLO CULTURALI,

MI PORTANO

DENTRO LA GALLERIA DEL TEMPO;

TIRO IL FRENO INIBITORE

E MI FERMO ALLA TUA STAZIONE.

AMO LE TUE ROTAIE,

BACIANDOTI

SOTTO LA PENSILINA.




Foto concessa in CC da Daniele Muscetta

venerdì 29 gennaio 2010

Holden Caulfield e l'epitaffio paterno


"Ragazzi, quando morite vi servono di tutto punto. Spero con tutta l’anima che quando morirò qualcuno avrà tanto buonsenso da scaraventarmi nel fiume o qualcosa del genere. Qualunque cosa, piuttosto che ficcarmi in un dannato cimitero. La gente che la domenica viene a mettervi un mazzo di fiori sulla pancia e tutte quelle cretinate. Chi li vuole i fiori, quando sei morto? Nessuno."
Così qualche anno fa Jerome David Salinger dichiarava il suo biasimo per le celebrazioni di coloro che passano a miglior vita.

E alla sua morte qualcuno si è sentito forse in dovere di ricordarsene a dispetto di tutti:
"Sì, grazie a Dio è finalmente morto. Cazzo, ho aspettato questo momento da una vita. Stasera si festeggia."
Con queste parole Bret Easton Ellis
ha accolto infatti la notizia della morte del padre del Giovane Holden.
Quest'ultimo avrebbe sicuramente gradito.

mercoledì 6 gennaio 2010

2010: l'anno del contratto


No, i cinefili non si agitino sulle loro sedie. Nessun refuso.
Il 1980 di UFO, della SHADO (Supreme Headquarters Alliance Defense Organisation) e del suo comandante Straker è ormai un ricordo trentenne. Il 1997 del galeotto Jena Pliskeen e della sua Fuga da New York è ampiamente passato. Così come il 1999 della Base Lunare Alpha e del suo vagare fuori da ogni orbita geocentrica. Anche il 2001 delle odissee spaziali fra monoliti e computer intelligenti è ormai vecchio di quasi un decennio.
La fantascienza è stata spazzata via dalla storia.
Immaginavamo progressi inenarrabili e prodigiosi. E conquiste di altri mondi e spazi...
Ci ritroviamo invece piccoli nell'affrontare una crisi economica di portata planetaria e incapaci di difendere l'unico pianeta che può garantire la sopravvivenza della nostra specie.
E allora non ci rimane che parafrasare il titolo del sequel del film di Kubrik e puntare tutto sul 2010 trasformandolo nell' anno del contratto.
Si, basterebbe un contratto.
Quello per un lavoro che milioni di lavoratori ormai possono solo immaginare a tempo indeterminato. E quello che, dopo l'ennesima delusione di Copenaghen, come abitanti con una vaga forma di intelligenza di questo pianeta, dovrebbe permetterci di difenderlo dal consumo selvaggio.
Fantascienza per non smettere di sperare che il futuro dell'umanità non debba essere il ritorno allo stato di ominidi in attesa di un nuovo monolite.


sabato 2 gennaio 2010

Anno nuovo, anno vecchio

...a mezzanotte si sarebbe chiuso l'anno. E poi se ne sarebbe aperto uno nuovo, sicuramente peggio di quello passato, e a Filomena non andava nè di sperare nè tantomeno di angosciarsi.
...
Prese il telecomando e diede vita al televisore.
C'erano mara Venier, Drupi alba Parietti e Fabrizio Frizzi che presentavano "Nottatona di capodanno". "Allora che ti aspetti dal nuovo anno, Drupi?" chiedeva Mara. "Ma forse che la gente diventi più tranquilla e rilassata"...
...
Filomena intanto aveva incominciato a prendere delle scatole di medicinali dalla busta. Roipnol. Alcyon. Tavor. Nirvanil. Valium. Le scartava, ne tirava fuori le pasticche e le gettava dentro alla zuppiera. Un po' come si fa quando si sgranano i piselli. Ne riempì mezza. Poi alzò il volume della Tv, si versò un po' di Coca Cola, poggiò i piedi sul tavolino, si mise la zuppiera tra le gambe e cominciò a sgranocchiare pillole come fossero pop-corn.

Da "L'ultimo Capodanno dell'umanità" di N. Ammaniti



Tranquilli, anche per quest'anno è passato. Ancora una volta al grido di "altro giro altra corsaaaa" ci siamo illusi di buttar giù con un goccio di spumante da discount le disillusioni di questa vita. Un lavoro che non c'è, un amore finito, la casa crollata sotto il terremoto, il sentirsi diverso, tutte realtà sommerse da una spumeggiante ondata di bollicine a buon mercato incapsulate nella stagnola dorata, sotto la tambureggiante colonna sonora dei fuochi d'artificio. Ludica e consumistica pantomima di guerre più o meno lontane.
Tranquilli, il contatore è azzerato...365,364,363...giorni di tempo prima della prossima fiera delle illusioni...


Foto concessa in CC da ALE_ssandra

L'accalappiaPOST

La confraternita dell'uva