A scuola di bugie

Ce lo continuano a ripetere in molti. Forse in troppi. Dobbiamo adeguarci a standards internazionali, dicono. Come far le nozze con i fichi secchi. E stando ben attenti a non penalizzare la scuola privata e confessionale, che continua a proliferare anche grazie ai soldi pubblici. Soldi che però non ci sono più da tempo per la scuola statale.
Tagliare e misurare. Sembra uno slogan da sarta, eppure è diventato il mantra ministeriale.
Ed eccoci allora al ruolo dell'INVALSI, organismo che avrebbe proprio il compito di monitorare e valutare il sistema scolastico attraverso prove standardizzate. Prove che dovrebbero essere ufficialmente anonime.
Ma il condizionale è d'obbligo.
Nei giorni scorsi si sono infatti tenute le prove di valutazione 2010/11. Come temuto da molti studenti, che hanno messo in atto in qualche caso veri e propri boicottaggi, la prova è stata tutt'altro che anonima grazie ad un codice univoco e riconducibile all'identità dell'alunno presente sul modulo del test somministrato.
Creando così un vero e proprio caso di violazione della privacy attraverso domande tese ad accertare origini, condizioni di vita e situazioni familiari degli studenti interessati.
Qualcuno ha allora provato a difendersi mentendo e inventando origini cinesi e lingue ostrogote parlate abitualmente. Legittima difesa direi.
Ma quei soldi, così mal spesi, non avremmo potuto integrarli più proficuamente nei magri bilanci dei nostri sempre più fatiscenti istituti scolastici?
Foto concessa in CC da BFLV
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