domenica 2 novembre 2008

In memoria di un intellettuale corsaro

da "In morte di Pasolini"".
di Rossana Rossanda
dal "manifesto" del 4 novembre 1975

...la stampa italiana piange Pier Paolo Pasolini, l'intellettuale più scomodo che abbiamo avuto in questi anni. Diventato, anzi, scomodissimo. Non piaceva a nessuno, quel che negli ultimi tempi andava scrivendo. Non a noi, la sinistra, perché battagliava contro il 1968, le femministe, l'aborto e la disobbedienza. Non piaceva alla destra perché queste sue sortite si accompagnavano a un'argomentazione sconcertante, per la destra inutilizzabile, sospetta. Non piaceva soprattutto agli intellettuali; perché erano il contrario di quel che in genere essi sono, cauti distillatori di parole e di posizioni, pacifici fruitori della separazione fra "letteratura" e "vita", anche quelli cui il 1968 aveva dato cattiva coscienza.
... Questa pressoché totale unanimità è certo la seconda pesante macchina che passa sul corpo di Pasolini. Come della prima, chi ha la coscienza a posto può dire: "se l'è cercata". Per chi non ha queste certezze è invece l'ultimo segno di contraddizione, di questa contraddittoria creatura: una contraddizione vera, non ricomponibile
in qualche artificio dialettico.

Non diceva che i giovani sono, ormai, come una schiuma lasciata da una mareggiata che ha distrutto i vecchi valori? che una collettività deve darsi un ordine, un sistema di convivenza, un modello? Su questo sono d'accordo tutti, salvo dare ciascuno, a questo ordine e a questa denuncia, il segno che più gli conviene. Pasolini, l'intellettuale
più outsider della nostra società culturale, fornisce con la sua indecorosa morte la prova ferrea che così non si può andare avanti. Così comoda, che tutto il resto è perdonato.

Penso che su questo fervore e i suoi corollari, Pasolini avrebbe – se è lecito immaginare questo gesto in un uomo così dimessamente gentile – sputato sopra. Che, se ne fosse uscito vivo, oggi sarebbe dalla parte del diciassettenne che lo ha ammazzato di botte. Maledicendole, ma con lui. E così fino all'inevitabile, forse prevista e temuta, altra occasione di morte. Ma con lui perché era il mondo, queste le creature della sua vita più vera ("io li conosco questi giovani, davvero, sono parte di me, della mia vita diretta, privata") in cui cercava, ostinatamente, una luce. In loro, non nel mondo d'ordine, che non sono solo i commissariati di polizia...

Qui tornava perché nella sua visione del mondo altre strade non c'erano. La sua denuncia dello "sviluppo", dei valori del consumismo, del profitto, dell'appiattimento da essi indotto in una società preindustriale dove ancora potevano prevalere i rapporti personali, non alienati, non passivamente accolti era – come in genere è in questo filone, che ha esponenti illustri, cattolici e laici – unidimensionale come la società che criticava; era vissuta come fine della storia...

...a questo tipo di "sviluppo" – e chi può opporvisi se non il margine, o un terzo mondo non ancora arrivato a questa soglia? – non avrebbe offerto un'ancora di salvezza. Altrove, salvezze non vedeva, per questo Pasolini tornava, ostinatamente, in borgata e più gli sfuggiva, più vi tornava tormentosamente.
...
Morte accidentale nell'inseguimento di un fantasma, si potrebbe dire. Con soddisfazione per i più, con amarezza per chi di Pasolini aveva stima e rispetto...

È vero che la conformizzazione al suo modello è mostruosa. È vero che essa è così potente, da riflettersi persino in chi la nega; nel 1968, quando scrisse la famosa poesia sugli scontri di Valle Giulia, Pasolini vedeva nello studente il prodotto d'un ceto che può perfino "provare" la rivoluzione, cosa che al poliziotto, figlio di bracciante meridionale, non è permessa; e coglieva una parte di verità. È vero che oggi, e non ieri, si può parlare di aborto, e non solo perché è maturato il movimento femminista, ma la società maschile pensa a "economizzarsi". È vero che scuola dell'obbligo e Tv sono organismi del consenso. È vero che il fascista non è così diverso dal democratico, nei suoi modelli culturali, come era nel 1922.

Vero tutto, e tutto parziale: perché ogni volta che Pasolini toccava con mano queste scomode verità, l'ambiguità del presente, faceva seguire un salto indietro, verso l'umanità non ambigua di "prima", invece che cogliere nello studente, nel femminismo, nella scolarizzazione, nella stessa conformizzazione, il principio d'una sicuramente spuria, ma vitale via d'uscita in avanti.
E questo oggi viene sfruttato, questa è la seconda macchina che passa sul suo corpo. Giacché del valore dirompente, violento, di questa sua "reazione" nulla resta, nella elegia delle prime, seconde e terze pagine che gli sono dedicate. Avrà un funerale borghese, e fra qualche tempo il comune di Roma gli dedicherà una strada.
Lo ammazzeranno meglio, i suoi veri nemici, che non il ragazzo dell'altra sera...

3 commenti:

giam ha detto...

Lessi "Scritti corsari" in giovane età, ma veramente giovane. Non che fossi nemmeno un gran lettore al tempo... Credo che sia uno dei libri (articoli, d'accordo...) che mi è rimasto di più. Certo, mo' pure io mi metto a fare il vaglio su quel che faceva e/o diceva; mica lo approvo in toto... anzi. Ma (ho quasi vergogna a scrivere 'ste cose) Pasolini non era un teorico, un sociologo, uno storico, a cui possiamo fare il pelo e dire "ahhhhh, ma qua sbagli la misura.... qua non dimostri...." etc. Pasolini era un artista, uno che intravide e fece materia di creazioni con l' illogica analisi delle emozioni.... dono rarissimo.... e quando dico rarissimo dico rarissimo.
Ciao Robe'

camilla ha detto...

molto bene l'articolo su Pier Paolo Pasolini, bravo.
Ah, ti ho messo nei blog che "tengo in osservazione"
;-)
Camilla

Roberto Celani ha detto...

Grazie Camilla, se non "cipensacamilla" non lo fa nessuno.
Un sorriso all'apripista.

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