martedì 16 dicembre 2008

Io e Raymond Carver

Eccolo lì il presuntuoso, direte voi.

Accostarsi indegnamente ad uno dei più famosi, se non il più bravo, tra gli scrittori del genere racconto, solo per aver provato a mettere in fila qualche parola di senso più o meno compiuto?
Va bene, sgombriamo subito il campo dall'equivoco.

Raymond Carver ha probabilmente in comune con me solo il monogramma RC e nient'altro.
Epoche, contesti nazionali e vissuti completamente diversi. Oltre alla qualità della sua produzione letteraria.

Eppure a leggere in questi giorni il suo breve saggio "Fuochi", raccolto insieme con altri ne "Il mesti
ere di scrivere" da Einaudi, sono rimasto folgorato.

La sua descrizione del contrasto tra il desiderio di scrivere e l'impossibilità momentanea di farlo è coincisa in modo preciso e impressionante con la sensazione da me provata in questo periodo in modo quasi lancinante.
E poi la sensazione suscitata da quel mondo che appare irragionevole, indecifrabile e quindi impossibile da bloccare in una istantanea, da raccontare compiutamente, non è la stessa che io e molti altri provano in questo momento?

E allora non rimane che leggerle queste poche righe, semplici e dirette come tutta la produzione dello scrittore americano.


"In quei giorni immaginavo che, se fossi riuscito a ritagliarmi un'ora o due al giorno per me, dopo il lavoro e la famiglia, sarebbe stato anche più che abbastanza. Il paradiso. Ed ero contento di avere quell'ora. A volte, però, per una ragione o per l'altra, non riuscivo a prendermela. E allora confidavo nel sabato, benché a volte succedessero cose che mandavano a monte anche il sabato. ma c'era ancora la domenica in cui sperare. Domenica forse.
Non riuscivo a immaginarmi al lavoro su un romanzo in quel modo, o meglio in nessun modo. Per scrivere un romanzo, mi sembrava, uno scrittore dovrebbe vivere in un mondo dotato di senso, un mondo in cui poter credere, da poter mettere a fuoco per bene e su cui poi scrivere accuratamente. Un mondo che, almeno per un certo tempo, rimanga fisso in un posto. Inoltre, dovrebbe esserci una specie di fiducia nella correttezza di quel mondo. Fiducia nel fatto che il mondo conosciuto abbia una ragion d'essere, e che valga la pena di scriverne, che non vada tutto in fumo mentre lo fai. Non era questo il caso del mondo che io conoscevo e nel quale vivevo. Il mio mondo era un mondo che pareva cambiare marcia, direzione e regole ogni giorno."

Questo è tutto. Ma mi sembrava il modo migliore di tornare su questa pagina dopo un paio di settimane d'impegnata latitanza.


foto concessa in CreativeCommons da http://www.flickr.com/photos/pinkmoose/

1 commento:

camilla ha detto...

bel colpo! che idem sentire... mi sa che sabati, domeniche per noi drogati di scrittura siano molto simili.
Agli altri potremmo apparire sfigati ma chi non è della confraternita non può immaginare il godimento di una finestra, una tastiera e soprattutto ilsilenzio e poi...
un bacio
Camilla

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La confraternita dell'uva